DA EFFEDIEFFE COM

Domande ingenue sugli scioperi
Maurizio Blondet
ROMA – «Squadristi»: così Veltroni, il sindaco-presidente, ha bollato i taxisti in sciopero.
E tutti i giornali a dare addosso ai taxisti, tutte le radio servili (RAI 1, Radio 24, fate voi) ad organizzare dibattiti allarmistici su quella cosca, quella casta, quegli squadristi evasori che fanno sciopero, anzi «serrata», perché si sa, sono piccoli proprietari.
Squadristi, affamatori del popolo.
Il giorno dopo, il popolo è bloccato da una sciopero totale dei trasporti che il popolo usa: treni, traghetti, Alitalia.
Uno sciopero evidentemente concertato fra le tre armate di terra, del mare e dell’aria di dipendenti strapagati, pubblici, semi-pubblici o pseudo-privatizzati.
Una guerra, spezzeremo le reni al contribuente.

Ebbene, per questo attacco criminale, associazione a delinquere a scopo di ricatto, i giornali non si allarmano.
Le radio-serve non organizzano dibattiti.
Si odono giustificazioni sommesse: poveretti, hanno i contratti scaduti…
Un ingenuo si domanda: perché i taxisti sono «squadristi», e i piloti Alitalia coi turni di riposo più sibaritici del mondo, con le loro spocchiose hostess a 8 mila euro, coperte d’oro come Madonne di Pompei, non lo sono?
Perché sono «lavoratori in agitazione» i pagatissimi marittimi dei traghetti di Stato, parastato e convenzionati, che fanno mancare un servizio essenziale alle isole?

Sulle Ferrovie il discorso è diverso ma non tanto.
I ferrovieri, pagatissimi non sono i nuovi assunti, che hanno contratti precari, perché Trenitalia è «privatizzata».
Ma la privatizzazione è servita soprattutto a questo: che il capo delle Ferrovie, oggi amministratore delegato, ha uno stipendio pari ai manager americani.
Un milione e 100 mila euro.
Di cui 150 mila come «premio per il raggiungimento degli obbiettivi».

Un ingenuo si domanda: ma quali mai obbiettivi ha raggiunto Moretti, l’AD di Trenitalia?
Li ha cannati tutti.
Come dice Di Pietro, Trenitalia succhia soldi pubblici che non si sa dove finiscano, ha fatto debiti enormi per cui ha impegnato (eh sì) persino i vagoni e i convogli (proprietà del popolo italiano, mille volte pagati dai contribuenti).
Un ingenuo, si dice: quest’anno, a Moretti, il premio da 150 mila euro da aggiungere al milione di euro non glielo daranno.
Invece glielo danno.
Perché è «privato» in quanto manager a giudicare dallo stipendio, ma è statale, statalissimo, nel prendere tutto automaticamente, che faccia bene o faccia male.
Queste sono le privatizzazioni, in Italia.

Ma torniamo alla domanda ingenua iniziale: perché i taxisti di Roma, circa settemila, fanno più scandalo dei centomila scioperanti che si sono criminosamente accordati per bloccare tutti i trasporti italiani in uno stesso giorno?
Dopotutto, la massima parte degli italiani usa il taxi solo in caso estremi, se deve portare la mamma all’ospedale, se arriva a Roma in treno ed ha la nota-spese pagata dalla ditta.
Per gli italiani tra i 900 e i 2.500 euro mensili (paga di un ingegnere con dieci anni di esperienza), il taxi costa troppo.
La mobilità generale non si basa sui taxi.
E allora perché questo enorme allarme?

La risposta, forse ingenua, è anzitutto psicologica: perché lo sciopero dei taxisti, a Roma, disturba la Casta.
La Casta che a Roma spadroneggia, che si muove di qua e di là fra il partito e il palazzo.
Non che la Casta prenda il taxi: gira con l’autoblù e l’autista; ma il rallentamento del traffico provocato dai taxisti la fa impazzire, quelli restano bloccati sulle loro Mercedes pagate da noi, s’affannano coi tre telefonini (da noi pagati), sono in ritardo per la riunione del PD, s’incazzano.
Urlano: «Squadristi! Evasori!».

Bersani ha ritenuto urgente la liberalizzazione dei taxi, non – poniamo – delle COOP, quelle mega-imprese conglomerate che fingono di essere cooperative per eludere il fisco: una così potente elusione che tassare le COOP come imprese, probabilmente, coprirebbe il deficit castale, pardon statale.
No, i taxisti per primi.
Privatizzare i privati, ecco la soluzione.

Un economista di nome Marcello Basili, su La Voce Info, spiega come mai la liberalizzazione taxistica di Bersani è fallita: invece di lasciar fare al mercato, il potere pubblico ha voluto controllare entrambi i «vincoli» del mestiere, il numero delle licenze e le tariffe.
Perché?, si domanda l’ingenuo, e si risponde: perché la burocrazia teme di mostrare la sua inutilità, se non s’intrufola a controllare tutta la nostra vita, siamo taxisti o no.
Senonchè, dice Basili, il problema di controllare insieme tariffe e numero di licenze «è teoricamente possibile attraverso sistemi di equazioni non lineari simultanee».
L’ingenuo si chiede se Basili stia scherzando, e teme di no.

Ve li vedete gli uffici ATAC (che pare abbiano il diritto di controllare i taxi) operare equazioni non lineari simultanee?
O Veltroni?
O il capo dei vigili con il falso cartellino da invalido?
O Di Pietro, con le equazioni?
Insomma la soluzione del problema-taxisti è impossibile, semplicemente.
Ci saranno aumenti di tariffe (più 25 %, già si dice), le solite file d’attesa a Termini, e nuovi scioperi.
Squadristi!

Hanno rovinato l’immagine paterna di Veltroni, il sindaco a tempo perso e «Fondatore democratico» a tempo pieno, hanno fatto vedere che non sa amministrare nulla.
Ma anche Prodi, via, non amministra nulla.
Uno sciopero congiunto e simultaneo delle armate di terra, mare ed aria strapagate e inadempienti, in un Paese serio sarebbe trattato come un colpo di Stato.
Da noi no.
Prendetevela coi taxisti, voi pendolari, voi con la moglie in Sardegna da raggiungere, voi che avete un appuntamento all’estero e avete commesso l’errore di scegliere Alitalia… i piloti più pagati del mondo percorrono la pista a 2 km orari, secondo regolamento (la burocrazia serve a qualcosa), e portano il loro contributo al buco nero delle perdite Alitalia.

Prodi continua a far finta di venderla, Alitalia, con tutti i trucchi che sa inventare (e ne sa inventare), perché alla fine la darà a De Benedetti, il suo compare dei grandi affari pubblico-privati.
E intanto lascia marcire l’orribile compagnia, e il buco nero s’allarga.
Mica paga lui.
Paghiamo noi, che il taxi non possiamo permettercelo.
Il bello è che queste aziende mostruosamente inadempienti e in perdita cronica sono «private» adesso: hanno un consiglio d’amministrazione, un amministratore delegato, mica sono più guidate da un grand commis.
Sono private.
Però non falliscono.

Se fossero private, sarebbero vendute come ferrivecchi sul mercato mondiale, le comprerebbero i cinesi coi fondi sovrani, e avremmo piloti cinesi a 200 euro mensili, ferrovieri a 90, marinai cinesi a 50…
Non è che il duro mestiere di marinaio sia molto valutato, nel mondo.
Invece ci tocca mantenere le hostess coperte d’oro e i piloti che, quando si degnano di alzarsi in volo, poi devono passare tre giorni in alberghi a cinque stelle, ai bordi della piscina, e i marinai che la sera dormono a casa, perché la loro marineria è di giornata, ma sono pagati come ammiragli, perché sono monopolisti.
E non sono squadristi, loro.
I soldi non bastano mai per pagare le Caste della Casta, è ovvio.

Così tra poche ore Tommaso Padoa Schioppa attuerà l’altro grande furto architettato, oltre a quelli di Visco: risucchiare i «conti dormienti» nelle banche, di gente che non li movimenta da tempo.
Lo si è saputo per una protesta delle banche: Padoa Schioppa vuole prendersi anche «le quote dei fondi comuni abbandonate» e «i titoli di Stato e le obbligazioni» non reclamate.
Eh no, quella è roba nostra, dicono le banche.
I ladri si litigano il bottino.
Su Padoa Schioppa un lettore ci passa un’informazione.

Quanto prende questo capacissimo governante?
Come ministro, 10.170,46 euro al mese, pari a 122.045 euro l’anno.
Una miseria, non si sa come potrebbe arrivare a fine mesata, se il TPS (in sigla, come AIDS e HIV ed altri virus) non ricevesse anche, come ex vicedirettore di Bankitalia e membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea (BCE, come gli altri virus infetti) una pensione di 26.060 euro mensili, pari a 312.728 l’anno.
Insomma, il virus TPS prende ogni mese 36.200 euro netti.
Ogni mese, una trentina di volte la paga media italiota.

Ci pagherà le tasse, pensa l’ingenuo: il 43% di aliquota, il massimo che tutti noi sopra i 70 mila euro lordi paghiamo.
Invece no.
Sull’emolumento di ministro, il nostro virus paga il 9,75%.
Anche noi ingenui saremmo contenti di pagare il 9,75%.

Ma noi non siamo la Casta.
La Casta si è assegnata l’aliquota che ritiene opportuna per le sue inadempienze, i suoi debiti, le sue rapine ai contribuenti: 9,75%, non il 43%.
E pensare che TPS è quello che esalta la «bellezza di pagare le tasse», sospira il lettore, e dice: cominci lui.
Lettore ingenuo.

Maurizio Blondet